A Roma un 13/11/2009, I don't know, if I ever tell you this story..
Trovo particolarmente inquietante come quell'uomo colpisca sempre al punto giusto, la staffilata precisa al cuore, manco avesse in mano un coltello rovente e dovesse tagliare un panetto di burro.
Ovviamente, parlo del mio maestro di pianoforte, che ogni volta per farmi saltare i nervi (e a ragion dovuta, perchè come direbbe lui ho bisogno di una scossa di vita) ha bisogno di solo tre parole per farmi cambiare idea su tante cose.
"Dimmelo e smetto".
Sapendo che non glielo dirò mai, seriamente, di smettere.
Non glielo dirò mai perchè ho un bisogno continuo dei suoi rimproveri, del suo tenermi focalizzata su un obiettivo e perseguirlo, ho bisogno della sua dannatissima ironia per portare avanti un sacco di situazioni.
..
Come direbbe lui, potrei benissimo essere un coseno. Per chi non lo sapesse, un coseno è una funzione matematica periodica, che oscilla sempre tra i valori 1 e -1. Graficamente è il disegno di tante oscillazioni periodiche, un pò tipo le onde che si creano, chessò, con le frequenze audio, più o meno.
Ho pensato al coseno (o al seno, fate voi) quando ha detto che sono una persona senza picchi, che siano emotivi, che siano vitali. Nessun picco, continuo a stare ferma tra due limiti senza mai sorpassarli.
"Incazzati, prendi quella tastiera e sfonda i tasti"
Ma niente, le dita non andavano oltre un suono a metà tra il forte e il piano. Un medio piano smorto.
Dice che avrei bisogno di prendere in mano le situazioni, gestirle, vedere come va e se va bene se no ciccia. Dovrei avere più disciplina, che la teoria del "vabbè" non sta ne in cielo ne in terra.
Se una cosa deve esser fatta, come minimo deve esser fatta come Cristo comanda, non "vabbè", in modo sommario e quindi scorretto.
Io vivo di vabbè, vivo di situazioni sommarie, incomplete, accontentandomi del minimo sindacale, vivo una vita fatta di un vabbè dopo l'altro.
"Ho fatto tardi, vabbè"
"Sta cosa non mi viene precisa al millimetro, vabbè, arrotondiamo"
"Dovrei ritagliarmi i capelli, vabbè, poi lo faccio"
"Ho provato a licenziarmi, non ci sono riuscita, vabbè.."
Probabilmente è il motivo principale per cui non voglio andare a Torino.
Sempre la solita paura di prendere in mano la mia vita, tentare il tutto per tutto per essere felice, cercare di affrontare le situazioni, rompermici le corna e accettare l'unico vabbè come "Vabbè, almeno ci ho provato". Vabbè almeno, non solo vabbè.
In tutto questo ieri abbiamo rivisto C'è Posta per Te. E nonostante non ci sia un cazzo da piangere in quel film, alla fine avevo l'occhietto lucido e il tipico sospiretto della ragazza media che pensa "Ah, pure io.." senza giustamente creare la situazione adatta per cui una determinata cosa debba succedere inevitabilmente.
Non riesco a scrivere in italiano corretto, scusate.
E' solo che vorrei essere un pò più forte, vorrei essere più convinta nelle cose che faccio, vorrei davvero portare a termine ogni progetto che inizio, in modo buono e giusto, vorrei davvero iniziare a suonare il pianoforte come Cristo comanda.
Vorrei un sacco di cose. Vorrei soprattutto avere qualcosa da offrire alle persone, per poter tentare di creare una relazione stabile e paritaria.
Ma ora come ora, chi voglio convincere, se non me stessa?
E' un fondo da cui non riesco a risalire.
Una
Gelidamanina ci ha pensato e l'ha scritto alle 16:44.
A Roma un 09/11/2009, Non è una colpa il non saper gestire la gioia..
Mettiamo questa giornata negli annali di questo blog.
C'era una frase, nel film "Il pappagallo rosso", che mi colpì molto. La protagonista, in un locale notturno della Berlino ancora per qualche giorno senza muro, siede al tavolo e scrive una cartolina. Alla domanda che le vien posta riguardo al destinatario, lei risponde più o meno "La sto scrivendo a me stessa, così, giusto per ricordami nei tempi bui che oggi sono stata davvero felice" o una cosa del genere, sicuramente detto in un italiano più italiano del mio, che di sicuro fa più scena. (Cioè, qualsiasi cosa farebbe più scena di sta frase, ma comunque).
Oggi sono stata alla Fnac a vedere Carmen Consoli che presentava Elettra.
E' assurdo di come quella donna possa sconvolgermi in nemmeno un'ora, tra chiacchiere, risate, motteggiamenti sul romano e la sua solita chitarra acustica, la voce, le canzoni.
Eravamo tantissimi, troppi per lo spazio fin troppo esiguo dell'area incontri con gli artisti. Probabilmente per Carmen è stato uno spazio troppo esiguo, ma vi dirò, ne è valsa la pena.
Solo per quei trenta secondi in cui mi sono trovata di fronte a lei per farmi autografare il booklet del cd.
"Ciao!" Sorride, mi guarda.
"Ciao.." Sorrido, le porgo i libretti, uno cade, lei ride. "Oddio scusa" Me lo raccoglie un tizio, non so se sia il manager o uno che gli fa spalla. Io li per li, ho gli occhi solo per lei.
Mi guarda. Mi tremano le mani, sono sicura di essere diventata viola.
"Allora, a chi devo dedicargli gli autografi?" Aspetta, sorride, non so se pensa che sono tipo sordomuta.
Non mi viene il nome. Panico.
Davanti a Carmen Consoli ho dimenticato il mio nome.
Non mi veniva. Come mi chiamo? Come cazzo mi chiamo? Non so se dirle Ilaria o Serenella, non lo so, non m'importa.
Le ho detto prima il nome di Memo, poi il mio.
Sul mio autografo, c'è un cuoricino. "A Ilaria -cuoricino- Carmen".
Davanti a Carmen Consoli, io sono morta.
"Grazie mille, ciao" biascico, ormai guardo a terra, lei è così bella, ovviamente scappo quasi correndo.
"Grazie a te" Credo di aver sentito.
Mi tremano ancora le mani, e lei, cacchio.
Una
Gelidamanina ci ha pensato e l'ha scritto alle 00:05.